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Letta: L’integrazione europea deve procedere più rapidamente»

2017年02月03日 18:50 fonte:Cina in Italia  autore: Wang Qilong

 

Enrico Letta: «Il mondo continuerà a svilupparsi verso l’integrazione economica e la globalizzazione, i Paesi dell’Unione europea devono unirsi insieme, altrimenti saranno marginalizzati. Il successo della globalizzazione non è promosso da qualcuno dietro le quinte, ma dallo sviluppo della tecnologia. Questo è il vero motore della globalizzazione e il progresso tecnologico non può essere fermato»

  

Enrico Letta, che a 32 anni ha assunto l’incarico di ministro per le Politiche comunitarie del governo italiano, ha studiato a lungo il processo di integrazione europea. Di fronte al minaccioso capitale cinese e all’intensa concorrenza globale, ritiene che i Paesi europei, per ottenere un punto d’appoggio nel mercato globale, debbano rafforzare la cooperazione. Ora Letta, impegnato nella ricerca accademica, è anche presidente dell’École d’affaires internationales di Parigi, presidente del Centro di informazione europea Jacques Delors e di tanto in tanto si esprime sulla questione delle riforme europee.

Nel periodo dall’aprile 2013 al febbraio 2014, in cui ha ricoperto l’incarico di presidente del Consiglio italiano, ha promosso attivamente le riforme strutturali in Italia. Quali difficoltà e pressioni ha dovuto affrontare?

«Le riforme strutturali sono estremamente importanti, ma i risultati di tali riforme non sono visibili a breve termine. Nella riforma del sistema bancario, del mercato del lavoro e così via, inizialmente si incontrano difficoltà dovute a diversi vizi sociali. Ma è possibile vederne i risultati dal punto di vista di una prospettiva a lungo termine».

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea rappresenta una grande crisi per l’Ue?

«A mio parere, la Brexit potrebbe portare le problematiche più gravi nei prossimi dieci anni. Questa sarà una sconfitta per ambo le parti. Ma il problema fondamentale è al di fuori dell’Europa e riguarda come migliorare la competitività sul mercato globale. Se l’Ue spreca una grande quantità di tempo nei conflitti interni o nel discutere su come tenersi testa reciprocamente, porterà elementi di instabilità all’Europa e anche l’incapacità di ottenere investimenti esteri».

Se sui meccanismi dell’Ue ci sono certe problematiche, essendo state incalzate da fattori interni ed esterni, hanno prodotto le attuali sfide che attendono l’Europa?

«L’Ue ha effettivamente problemi sui meccanismi. In realtà, l’Unione europea che abbiamo creato è un’unione economica e monetaria (EMU). Ma questa unione è squilibrata nella sua applicazione, la nostra E (economia) è piccola, mentre la nostra M (moneta) è grande. Questo cosa significa? Abbiamo formato un’unione monetaria, ma a causa del boicottaggio e della resistenza di una parte dei Paesi, finora non abbiamo ancora realizzato l’unione economica. Credo che questo sia un errore. Se si costruiscono contemporaneamente un’unione monetaria e un’unione economica molto efficaci, allora l’Unione europea è in grado di operare bene. Ad oggi nell’Ue ci sono 28 mercati. In molti settori economici, questi 28 mercati indipendenti che esistono contemporaneamente non possono assolutamente competere con Stati Uniti, Cina e Corea del Sud. L’Ue necessita di riforme, solo unita l’economia europea potrà essere influente e competitiva».

In passato ha criticato l’eccessiva burocrazia di Bruxelles, questo è il motivo delle inconciliabili contraddizioni tra “vecchia e nuova Europa”?

«La questione dei rifugiati e quella della “vecchia e nuova Europa” sono grandi problemi che l’Ue sta affrontando. Questo ci fa realizzare improvvisamente che in origine c’erano due Europe. Francia, Germania, Italia e altri Paesi sono Paesi abituati a convivere con gli immigrati. In questi Paesi il numero di immigrati rappresenta mediamente il 10% della popolazione. Ma i Paesi della “nuova Europa” orientale e centrale in passato non hanno mai accolto grandi quantità di immigrati, bruscamente hanno dovuto accoglierli e soltanto una piccola quantità li ha “schiacciati”. Dobbiamo comprendere le loro difficoltà, ma allo stesso tempo dobbiamo adottare un atteggiamento duro, non possiamo accettare che Paesi come la Polonia, l’Ungheria e altri che hanno popolazioni di milioni di persone non vogliono accogliere duemila o tremila rifugiati».

La mancanza di una pianificazione strategica e il fatto che ognuno procede per sé alla fine ha un impatto sull’unità dell’Unione europea?

«Ho visto alcuni cambiamenti, ma questi cambiamenti non solo non si riflettono sull’Ue, molti fenomeni che sono emersi attualmente in Europa e negli Stati Uniti incarnano proprio le preoccupazioni di una parte della popolazione occidentale nei confronti della globalizzazione. Trump aveva uno slogan della campagna elettorale molto simile a quello dei sostenitori della Brexit, “Take back control (Riprendere il controllo)”. I suoi sostenitori desiderano urlare questo slogan perché sono scioccati rispetto al processo di globalizzazione, addirittura schiacciati».

Il fenomeno dell’opposizione alla globalizzazione in ultima analisi è anche un problema economico. Nel rapporto Ricostruzione e preparazione: crescita ed euro dopo la Brexit, redatto da lei e numerosi studiosi europei, si sostiene che è necessario aumentare gli investimenti in Europa. Perché questa proposta? Ha qualcosa in comune con l’idea di sviluppo economico attraverso gli investimenti promossa dalla Cina con l’iniziativa “una cintura, una strada”?

«”Una cintura, una strada” è una grande iniziativa, oggi il mondo ha effettivamente bisogno di iniziative a lungo termine. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del secolo scorso, lo sviluppo dei Paesi europei faceva affidamento sugli investimenti pubblici. L’Europa deve osservare i cambiamenti in atto in Cina, perché abbiamo bisogno di simili investimenti a lungo termine».

A dicembre in Italia si è tenuto un referendum costituzionale. Ritiene che questo potrebbe avere ripercussioni sulla permanenza dell’Italia nell’Ue?

«Io non sono così pessimista. Anche se il referendum è fallito, l’Italia non lascerà l’Unione europea. Gli effetti della Brexit per la Gran Bretagna sono diventati molto complicati. Credo che nei prossimi mesi la Gran Bretagna prenderà in considerazione il ritorno nell’Ue, rendendosi conto dell’errore che ha commesso».

Anche se è l’argomento su cui puntano il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National in Francia e altri partiti popolari, le persone apprenderanno la lezione arrivata dalla Brexit e non sosterranno l’uscita dall’Ue?

«Esatto, lo confermo. Non bisogna mettere sullo stesso piano il M5S italiano e il Front national francese. Essi non sono favorevoli a far sì che l’Italia lasci l’Europa e l’Unione europea, su questo argomento le loro posizioni sono in continua evoluzione».

Ha detto che la Brexit avrà sull’Europa e anche sul mondo un impatto molto complesso, può fare una previsione sulla situazione mondiale nei prossimi anni?

«La situazione più difficile da affrontare con la Brexit sarà il fatto che questo “divorzio” tra la Gran Bretagna e l’Ue consumerà una grande quantità di energie. Inoltre, per la Gran Bretagna, l’isolamento sarebbe un’idea pessima, perché la Gran Bretagna ha una popolazione di appena oltre 60 milioni di persone, pari alla popolazione di una sola provincia cinese. Dobbiamo renderci conto che il successo della globalizzazione non è promosso da qualcuno dietro le quinte, ma dallo sviluppo della tecnologia. Questo è il vero motore della globalizzazione e il progresso tecnologico non può essere fermato. Allo stesso tempo, effettivamente abbiamo bisogno di un migliore controllo dei problemi sociali portati dalla globalizzazione, aiutando quei soggetti deboli che ne subiscono l’impatto».

Da Cina in Italia di gennaio 2017