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Daniele D'Eustacchio, allenamento all’italiana

2017年02月24日 17:10 fonte:Cina in Italia  autore: Daniela Baranello

 

Da Melzo a Shanghai, da Shanghai a Wuhai, in Mongolia Interna, dove Daniele D'Eustacchio ha la responsabilità di educare al calcio un’intera città. «Ai ragazzi che alleno insegno a coltivare la passione, il feeling con la squadra, lo stile da spogliatoio, a piangere per una sconfitta e a tirare fuori i denti per una vittoria»

 

Siamo a Wuhai, nella Mongolia Interna, provincia più a nord della Cina, al confine tra le terre dell’Impero e quelle di Gengis Khan, divise dalla Grande Muraglia, a più di 1000 chilometri da Pechino. E qui in mezzo al deserto e alle steppe, fra 500mila abitanti, l’unico italiano è Daniele D’Eustacchio, un ragazzo di 27 anni trasferitosi da Shanghai, dov’era emigrato nel 2013 insieme a un amico italiano dalla sua città d’origine, Melzo, in Lombardia. Stando alle sue parole, è anche l’unico italiano in Cina, dopo Lippi e Cannavaro, ad aver vinto un trofeo ufficiale, «anche se non sono campione del mondo». Con l’esperienza di un po’ di scuola calcio con l’Atalanta, poi Prima Categoria in squadre locali a Milano e dopo aver giocato nella Seconda Serie Regionale di Shanghai, con un patentino B da allenatore italiano, è diventato una celebrità agli occhi dei ricchi e potenti di questa zona della Cina, che lo hanno convocato per allenare 300 ragazzi e ragazze delle scuole superiori dell’intera città. Ma negli allenamenti del coach italiano a Wuhai non c’è solo esercizio fisico. Il suo difficile compito è anche quello di educare i cinesi a una diversa mentalità e cultura, quella del calcio italiano, abituato al contatto fisico, al dialogo fra allenatore e allievi, aspetti non molto usuali in Cina e in particolare in Mongolia. «A loro è piaciuto come gestivo giocatori e ragazzini. Qui vige un’educazione militare: punizioni pubbliche, severità, ore inginocchiati sotto il sole per un passaggio sbagliato. Io al massimo do due giri di campo, ero visto come un alieno. Mi sono trovato a ribaltare involontariamente il rapporto insegnante-alunno, fatto di capo chino e mani dietro la schiena: erano spaesati nel vedere un allenatore scherzare e “fare spogliatoio”», ha rivelato alla Gazzetta dello Sport. Il tutto per 3.000 euro al mese, alloggio gratis, un cane di razza Akita Inu per tenergli compagnia e conto pagato ovunque. Pare infatti che il governo locale voglia inculcare al popolo il gioco del calcio e abbia scelto Daniele per farlo. L’altro lato della medaglia? Difficoltà linguistiche, solitudine e clima rigido.

Daniele, hai deciso molto giovane di lasciare l’Italia. Cosa ti ha spinto ad andare? Ad alcuni anni di distanza ti sei pentito della tua scelta?

«La mia ambizione è sempre stata la mia forza, non mi fermo mai e mi sentivo stretto in un mondo non mio, non mi sono pentito, anzi tornando indietro partirei da ancora più giovane».

Cosa ti ha portato poi fino alla lontana Mongolia? Che idea avevi prima di quella regione e della Cina in generale?

«La voglia di riscattarmi mi ha spinto a sfidare me stesso, passato il più brutto periodo della mia vita, la mia rabbia mi ha fatto da conduttrice e aiutante alla sopravvivenza in un luogo impossibile da vivere. La Cina mi ha sempre affascinato, ma questa parte della nazione non sapevo neanche esistesse e, credetemi, neanche i cinesi stessi lo sanno».

Sei stato prima a Shanghai, quindi hai potuto sperimentare la vita cinese della grande metropoli, e poi quella rurale, più remota, di una parte completamente diversa della Cina. Quali differenze hai riscontrato e quali le difficoltà da te incontrate?

«La differenza è abissale: Shanghai non è “Cina”. Facile ambientarsi, perfetta per i giovani, facilissima per lavori freelance e giornalieri, vita notturna migliore del pianeta e possibilità ogni giorno di fare amicizie e avere relazioni con persone di mille nazionalità diverse. Wuhai è totalmente l’opposto, il Medioevo della Cina. Tradizionalista, indietro, priva di divertimenti e intrattenimento, conservativa e strettamente “antica”, agricoltura e allevamento sono il punto di forza e rendono la Mongolia una regione ricca, ma tecnologicamente e progressivamente all’antica. Relazioni all’antica, famiglie all’antica, cibo all’antica. Inutile dire anche mentalità all’antica, che dà spazio anche a una certa “ignoranza” non indifferente. Le difficoltà sono sicuramente la lingua, la solitudine, il clima (-30 gradi), il convivere con le tradizioni strette e i diversi costumi totalmente impensabili, lontanissimo da Pechino o Shanghai».

Com’è stato l’impatto con il mondo quotidiano e calcistico mongolo?

«L’impatto è stato molto più umano, mentre in Italia tutti giocano a calcio e tutti crescono calciando il pallone, qui totalmente l’opposto, quindi l’avvicinamento sta prima nel porsi secondo le tradizioni e capendo chi hai davanti per poi trovare un metodo di insegnamento pari alla cultura cinese, ma con conoscenze europee».

Per un periodo hai fatto le comparse nei film. Com’è stato girare un filmato con il tuo idolo pallone d’oro Michael Owen?

«Quando facevo le comparse mi sono divertito un sacco, perché era un mondo talmente divertente e nuovo che stentavo a crederci. Lavorare e giocare insieme a Owen è un sogno che si realizza, avere l’opportunità di parlare e confrontarsi con un campione del genere amando il calcio non capita tutti i giorni. Inoltre, si è dimostrato una persona squisita e gentile».

Come vedi la Nazionale di Lippi? Perché secondo te i cinesi hanno tante difficoltà con il calcio?

«Riguardo alla nazionale di Lippi ci sono due fazioni ben separate in Cina. Io sto dalla parte negativa, perché allenare una nazionale dove non sei tu a scegliere i giocatori, che non sono allenati da stranieri e soprattutto sono ormai “finiti”, porterà solo a un leggero miglioramento, ma sicuramente non alla soluzione. Soldi spesi malissimo e troppi per l’ingaggio di Lippi che sì può far tanto, ma non i miracoli. Bisogna puntare sui giovani e investire tanti soldi nelle strutture e nell’insegnamento dello stile dei coach. Sul progresso della crescita dei ragazzini e su progetti a lungo termine. Spendendo soldi per Pellè e Lippi non risolvi niente, è solo pubblicità».

Cosa insegni ai tuoi allievi?

«Io insegno a coltivare la passione, il feeling con la squadra, lo stile da spogliatoio, a piangere per una sconfitta e a tirare fuori i denti per una vittoria. Dalla tecnica ai movimenti, dalle basi agli schemi e dalla testa al cuore».

Ti piace la tua nuova vita? Com’è il rapporto con le persone del posto?

«Mi piace e me la faccio piacere, le persone del posto sono tutte gentili con me e mi trattano benissimo, sono l’unico straniero e mi tengono stretto. Ho anche una “mamma cinese” che si prende cura di me e del mio cane, mi aiuta sempre nei momenti critici».

Se pensi all’Italia, ti manca, ci torneresti? Dove vedi il tuo futuro?

«Non penso all’Italia, non ci tornerei mai. Il mio futuro lo vedo sicuramente all’estero, con una ragazza straniera. Non sento più l’Italia come casa mia, ogni volta che torno dopo due settimane sento il bisogno di andarmene».

E cosa pensi, invece, sul futuro della Mongolia Interna? Come la vedi tra dieci o vent’anni?

«Penso che abbiano le risorse per avere una crescita rapida e produttiva. Sicuramente già i cambiamenti si vedono perché nonostante siano indietro, la Cina è cento volte avanti rispetto all’Italia dal punto di vista di industrie e servizi. Incredibile pensare che in mezzo al deserto io possa pagare la spesa solo con un messaggio su WeChat e in Italia debba ancora fare trenta minuti di fila al supermercato per pagare in contanti o carta. Sicuramente la vedo in sviluppo e tra vent’anni tutti ne sentiranno parlare, anche prima, fidatevi». 

Da Cina in Italia di gennaio 2017