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Francesco Chelini, un chitarrista a Shenzhen

2017年03月24日 17:25 fonte:Cina in Italia  autore: Lea Vendramel

 

Premiato come il miglior chitarrista di Guangzhou, con i Revolution suona in locali e festival in tutta la provincia del Guangdong, ma è deciso a conquistare anche il resto della Cina, a cominciare da Shanghai e Pechino

 

È un italiano il miglior chitarrista di Guangzhou. Si chiama Francesco Chelini, in arte Frank, cinquantenne originario di Lucca, volato in Cina nel 2005 per motivi di lavoro. Un trasferimento che avrebbe dovuto essere solo temporaneo, ma che invece è diventato definitivo. La Cina non era nei suoi pensieri, non la conosceva e nemmeno pensava di andarci. Ma una volta arrivato lì, come racconta a Cina in Italia, è rimasto affascinato dall’«idea di vedere un Paese svilupparsi ed esserne parte allo stesso tempo». Un grande sviluppo che interessa anche la musica, grande passione che da sempre accompagna Francesco, a cui la Cina ha offerto numerose opportunità anche in questo settore. Con i suoi Revolution, infatti, suona in locali, sale concerto e festival in tutta la provincia del Guangdong, ottenendo un ottimo riscontro sia tra i cinesi che tra gli stranieri.

Francesco, come è arrivato il riconoscimento di miglior chitarrista di Guangzhou?

«Con i Revolution ci siamo presentati a un concorso che oramai si svolge da otto anni nella città di Guangzhou nel locale più noto per musica dal vivo. In realtà ci eravamo iscritti per la categoria band, ma alla fine sono stato premiato io come chitarrista. Le band in concorso erano ventotto, provenienti da tutte le parti del mondo, e la giuria era composta da musicisti giornalisti americani e inglesi».

Cosa ti ha portato a trasferirti in Cina e di cosa ti occupi?

«Vivo in Cina dal 2005, mi occupo di prodotti per elettronica al consumo, in particolare tutti gli accessori per cellulari e tablet, seguo il processo di sviluppo e produzione. Il trasferimento dall’Italia in Cina è stato casuale, non conoscevo per niente questo Paese, non lo avevo mai visitato né ero mai stato in Asia prima di allora. L’azienda per cui lavoravo aveva aperto da poco uno stabilimento di produzione a Shenzhen e mi venne chiesta la disponibilità come supervisore sulle linee di produzione. Doveva essere solamente una cosa temporanea, qualche mese o al massimo l’alternanza di periodi in Italia a periodi in Cina, ma l’evoluzione produttiva dello stabilimento ha richiesto la necessità di una persona fissa che ne controllasse il processo produttivo e organizzativo. Così decisi di restare, senza pensarci più di tanto. Mi piacque sia dal punto di vista lavorativo che come esperienza di vita. Tutto era nuovo per me, dallo sviluppo del lavoro a queste grandi città che crescevano giorno per giorno, mi affascinava l’idea di vedere un Paese svilupparsi e esserne parte allo stesso tempo».

La tua carriera di musicista quando è iniziata?

«Suonavo già in Italia, ho avuto diverse band musicali, prevalentemente tutte nella zona in cui vivevo, a Lucca. Solo con una, Shining Fury, siamo arrivati a firmare un contratto discografico con una nota etichetta europea che lavora nel settore della musica metal».

Che opportunità ti ha offerto la Cina dal punto di vista musicale?

«Nella musica la Cina ancora oggi è in grande evoluzione e le opportunità sono molteplici. L’industria discografica cinese, da quello che posso vedere, è simile alle altre con diversi stili musicali, ma rispetto all’Europa ci sono differenze prima di tutto per la vastità del mercato e della popolazione, caratterizzati da numeri da capogiro. Inoltre, l’approccio ai concerti live e band straniere come la nostra da parte dei cinesi è positivo, hanno voglia di divertirsi, sono positivi nei confronti della musica dal vivo ed è molto più semplice suonare in strutture ben attrezzate, visto che i gestori dei locali investono sul live music, sulle band e sono attenti alle novità».

Chi sono i Revolution? Tutti italiani in Cina?

«I Revolution sono una formazione classica basso, batteria, chitarra e voce, composta da tre italiani e un neozelandese, il batterista. Suoniamo musica rock classica. Tutti i componenti lavorano e si occupano di scarpe, principalmente seguono il processo di sviluppo e produzione. Al momento viviamo tutti nella stessa città, Shenzhen, io precedentemente vivevo ad Hong Kong ed era quindi difficile avere prove frequenti».

Chi è il vostro pubblico?

«Con la band suoniamo in situazioni diverse, a volte abbiamo un pubblico di soli cinesi, altre volte è composto prevalentemente da stranieri che vivono nelle zone in cui suoniamo oppure pendolari che fanno la spola tra la loro nazione e la Cina con frequenza sistematica. Infatti troviamo spesso ragazzi americani o australiani che vengono a vederci ogni volta che sanno che suoniamo».

Che accoglienza vi riservano?

«Ci danno belle soddisfazioni cantando e ballando e alla fine dei concerti ci elogiano con complimenti, fa molto piacere sentirselo dire specialmente da persone che vivono a New York, Los Angeles o Londra e sono abituate a sentire band che “macinano musica”. Anche il pubblico cinese risponde bene al rock, sono positivi ed interagiscono con la band divertendosi un mondo, infatti capita spesso che alla fine del concerto il pubblico venga fatto salire sul palco e canti insieme a noi. Siamo una band molto easy e pensiamo che la serata sia di tutti, la nostra serata ma anche quella del pubblico che viene per ascoltare musica e divertirsi. Suoniamo con il cuore, ci divertiamo e penso che questo venga trasmesso anche al pubblico».

Quali sono i vostri prossimi progetti?

«Stiamo lavorando alla realizzazione di un cd con demo delle nostre canzoni, abbiamo alcuni agenti ma per piccoli locali o eventi, siamo in contatto con una nuova agenzia musicale e vorremmo far arrivare i Revolution a suonare in grandi festival e club, specialmente nelle città di Shanghai e Pechino. Penso che per quest’anno sarà ancora importante esibirsi dal vivo e promuovere lo show della band, sperando di trovare poi un’etichetta che possa pubblicare un nostro cd inedito completo».

Com’è stato adattarsi alla vita in Cina?

«All’inizio non è stato facile, abbiamo culture molto diverse ed è sempre difficile l’adattamento, specialmente per quanto riguarda la mia persona, visto che come ho già detto non ci pensavo minimamente di trasferirmi a vivere in Cina o Asia. La prima difficoltà, come per la maggior parte delle persone, è stata il cibo, in secondo luogo la comunicazione, sia verbale ma anche di pensiero, che è agli opposti. Ovviamente, se si ha un buon senso di adattamento e si vedono le cose in modo diverso, pian piano tutto è più semplice. Penso che, come in altri casi e situazioni, dipenda tutto dalle motivazioni che si hanno per superare alcune difficoltà che si trovano: se queste motivazioni sono abbastanza valide da dire “dai, ne vale la pena!”, tutto prende una piega diversa».

Cosa ti manca di più dell’Italia?

«La famiglia, i fratelli, la mamma ed alcuni amici».

Il tuo futuro dove lo vedi: in Cina o in Italia?

«Non lo so, per adesso voglio proseguire questa esperienza in Asia e Cina, ma mai dire mai, sarebbe bello poter vivere un po’ qua e anche un po’ in Italia».

Se dovessi definire la Cina con tre aggettivi, quali sceglieresti?

«Contraddittoria, espansiva e costante».

Da Cina in Italia di febbraio 2017