La posizione corrente:Home > Interviste

Cesare Carminati, vivere con i contadini a Yangshuo

2017年04月07日 16:54 fonte:Cina in Italia  autore: Daniela Baranello

 

«Prima di andarci non sapevo nemmeno dove fosse, ma basta cercare qualche immagine sul web per capire la straordinaria bellezza di quel luogo. Per me Yangshuo è stata casa fin dal primo giorno»

 

Con la passione per la bicicletta e una conoscenza «da studente» del mandarino, a 24 anni si ritrova ad essere l’unico italiano a Yangshuo, un villaggio di contadini cinesi. Cesare Carminati, originario di Treviglio, in provincia di Bergamo, nel 2010, dopo una laurea specialistica in Chinese and Business ottenuta a Leeds, decide di unire la sua passione per le due ruote allo studio del cinese. Così entra in contatto con Bike Asia, piccolo tour operator con sede nella cittadina di 300mila abitanti del Guanxi, lontano dalle grandi metropoli, che organizza viaggi d’avventura in bici negli splendidi scenari naturalistici cinesi. “Adottato” da due “zii” del posto, decide di restarci per un po’ per conoscere più da vicino la realtà locale, ma poi torna in Italia con il sogno di far pedalare i cinesi nel Belpaese. È così che nasce Cin Cin Cina, il suo blog che fra le altre cose riserva ovviamente uno spazio ai viaggi “avventurosi” nel Paese di Mezzo.

Nel 2010 ti sei trasferito in Cina, da dove nasce la scelta coraggiosa di vivere con dei contadini cinesi senza le comodità della grande città?

«Mi sono trasferito a Yangshuo nella primavera del 2010 e per i primi mesi sono stato ospite a casa di Scott e Baixue, i proprietari di Bike Asia per cui lavoravo. A giugno mi sono trasferito in un appartamento in periferia. Ogni giorno accompagnavo i turisti in bicicletta tra le montagne e i villaggi in un’atmosfera di quella Cina che si dice non esista più, con i bambini scalzi che giocano nelle risaie e i bufali d’acqua al posto del trattore. Così mi sono detto “è qui che voglio vivere!”. Ogni giorno dopo il lavoro esploravo la campagna in bici in cerca di una soluzione. A circa sette chilometri dal centro di Yangshuo c’è una valle stretta tra due file di montagne carsiche che si ergono come grattacieli verdi. Un giorno, di passaggio in quella valle stretta, ho avvistato una casetta con i vasi di fiori intorno e una di quelle fontane a pompa per l’acqua. Sul muro della casa era affisso il cartello “camere libere”. Mi sono avvicinato e ho provato a chiedere informazioni ai proprietari, una coppia di signori sulla sessantina. Purtroppo il mio cinese da studente non è servito a molto con il dialetto spigoloso di Yangshuo. A fatica sono riuscito a scambiare poche frasi con quella simpatica coppietta. Nei giorni successivi, dopo il lavoro, sono passato a trovarli più volte e, seduto sul loro divano di legno mangiando mele e arance offerte dalla signora, li ho conosciuti e convinti a permettermi di affittare una stanza nella loro casetta e a investire per l’unico confort al quale non avrei potuto rinunciare nella torrida Yangshuo: l’aria condizionata! A parte la bellezza del luogo la casetta era abbastanza spartana, dirò solo che non c’erano le piastrelle sul pavimento. Da quel momento ho avuto due zii cinesi!»

Perché proprio Yangshuo e com’è stato l’impatto iniziale?

«Allora, devo fare un passo indietro. Ho studiato cinese all’Università di Leeds, nella fredda Inghilterra. Al termine degli studi era previsto che trascorressi un periodo in Cina per fare un’esperienza lavorativa e scrivere una tesi. Il corso di laurea si chiamava Chinese and Business e tutti i miei compagni e io stesso eravamo convinti che bisognasse lavorare in una grande città cinese per una grande azienda. Su consiglio di Chiara, quella che poi sarebbe diventata la mia attuale fidanzata, invece di cercare un tirocinio noioso in una grande città ho iniziato a cercare qualcosa che avesse a che fare con la mia più grande passione: la bicicletta. Se scrivi su Google “China e Bike” il primo risultato è Bike Asia. Li ho contattati e il caso ha voluto che il proprietario, Scott, venisse proprio in Inghilterra per lavoro in quel periodo. Ci siamo incontrati a Londra e da lì si sono aperte le porte di Yangshuo. Prima di andarci non sapevo nemmeno dove fosse, ma basta cercare qualche immagine sul web per capire la straordinaria bellezza di quel luogo. L’impatto iniziale con la Cina di solito è abbastanza crudo per un occidentale, ma per me Yangshuo è stata casa fin dal primo giorno. È una sensazione che non so descrivere. Da piccolo il mio eroe era Goku di Dragon Ball, la storia è tratta da un romanzo classico cinese e l’ambientazione del cartone ha sempre come sfondo delle montagne che somigliano tanto a quelle di Yangshuo».

Hai avuto difficoltà con la famiglia?

«Più che difficoltà, le chiamerei piccole sfide quotidiane. Mi sono sempre sentito parte della famiglia. La zia si preoccupava se tornavo tardi la sera ed era premurosa nel preparare i dolcetti di riso (immangiabili!). Una difficoltà è però stata senza dubbio la lingua. Gli zii all’inizio parlavano solo dialetto, capivano il mio cinese, ma le loro risposte erano sempre in dialetto. Dopo qualche tempo hanno iniziato a mischiare dialetto e cinese e io a capire e spiccicare qualche parola in dialetto. Un episodio simpatico con la zia è stato darle in regalo un pezzo della mia preziosa riserva di parmigiano, l’ha assaggiato con diffidenza e, dopo averlo masticato per un’eternità, mi ha detto: “Meglio il nostro riso!”».

Cosa facevi nel villaggio? Eri l’unico italiano?

«A Yangshuo ero l’unico italiano e nel villaggio credo di non aver nemmeno mai visto cinesi da altri villaggi! Di italiani se ne vedevano pochi, troppo pochi se penso a quant’è bello il luogo. Non c’era molto da fare, passeggiavo in mezzo alle oche o provavo a inerpicarmi sulla montagna dietro casa senza mai riuscire ad arrivare in cima. Del villaggio ricordo i rumori: il gallo la mattina alle 5, le oche la sera alle 6 e le rane tutta la notte».

Cosa ti è rimasto di più di quell’esperienza?

«Mi sono rimasti quei momenti nei quali mi sono sentito fortunato per avere il privilegio di vivere una Cina rara e nascosta. Mi viene in mente un episodio epico di una sera, quando appena rientrato a casa verso le 21 la zia mi chiese di andare a prendere lo zio poche case più in là, perché forse troppo ubriaco per tornare da solo. Pensando fosse a casa di un amico mi sono incamminato verso la casa indicata dalla zia... beh, il padrone di casa era morto e tutti gli amici erano riuniti in una specie di festa per l’ultimo saluto: cantavano e bevevano tutti. Invece di riportare a casa lo zio mi sono unito a loro!»

In sella alla tua bici quali altri posti hai esplorato?

«Ho avuto la fortuna di realizzare un piccolo sogno, fare il ciclista per una squadra vera: durante l’ultimo anno in Cina ho gareggiato per un team di Guangzhou, l’UCC. Grazie a loro ogni settimana esploravo un angolo diverso di Cina. Di molti posti non ricordo nemmeno il nome. Riguardo alle campagne di Yangshuo, invece, credo di conoscerne ogni singolo sentiero, un passatempo era uscire e perdermi per ore cercando di esplorare percorsi, foreste e villaggi mai visti».

Come nascono la tua passione per la bici e il tuo blog?

«La passione per la bici nasce da bambino, mia mamma lavorava per la Bianchi e la bici è stata uno dei miei primi giocattoli. Cin Cin Cina nasce dopo il mio ritorno in Italia, nel 2014. È il nome più stupido e semplice che potessi pensare, ma sembra essere facile da ricordare per tutti. Cin Cin Cina nasce dalla semplice constatazione che la Cina è un altro pianeta e i cinesi sono come alieni. Anche quegli occidentali che vivono la Cina quotidianamente da qualche decennio riescono ancora a stupirsi di molte cose. Dopotutto, se passi dal bufalo d’acqua allo smartphone in quarant’anni qualche effetto collaterale imprevisto ci dovrà pur essere. Mi sono anche reso conto di aver assimilato qualcosa dai cinesi, di essere diventato un pochino cinese anch’io. Italiani e cinesi hanno molto in comune e se solo ci conoscessimo un po’ di più potremmo beneficiarne. Ho iniziato ad aiutare alcune realtà turistiche del nord Italia (tour operator, parchi divertimenti, stazioni sciistiche, hotel) e sono finito perfino a portare cinesi in elicottero!»

Oggi la tua vita è principalmente in Italia, pensi mai di tornare lì o hai altri progetti?

«Torno in Cina almeno una volta all’anno. In parallelo a Cin Cin Cina, insegno lingua cinese al liceo Facchetti di Treviglio, ogni estate accompagno un gruppo di studenti in vacanza in Cina e Yangshuo è una tappa obbligatoria! Negli ultimi mesi, insieme a un amico cinese e alla scuola di inglese John Peter Sloan di Milano stiamo lanciando un nuovo progetto, l’Accademia Cesare Kaisa, una scuola di italiano solo per studenti cinesi. Il progetto nasce dal fatto che, lavorando con il turismo cinese, una parte di esso è composto da giovani studenti universitari cinesi che hanno scelto l’Italia per studiare design, arte o moda. Purtroppo la lingua italiana resta un ostacolo immenso per loro. Partendo dai problemi di uno studente cinese di italiano stiamo sviluppando un metodo di insegnamento ad hoc per gli studenti cinesi, che tiene conto della loro lingua e cultura di partenza. Per il futuro vorrei far crescere i progetti iniziati negli ultimi due anni: aiutare aziende italiane ad affacciarsi alla Cina, aiutare studenti cinesi ad affacciarsi all’Italia e, perché no, far conoscere Yangshuo agli italiani».

Da Cina in Italia di marzo 2017