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Studiare cinese e poi?

2017年06月16日 16:26 fonte:Cina in Italia  autore: Lea Vendramel

 

Con la maturità alle porte, una classe di liceali italiani racconta sogni e speranze dopo cinque anni di studio

 

Su una cosa sono tutti d’accordo: studiare il cinese non è per niente una passeggiata. Servono ore e ore di studio per memorizzare i caratteri, ricordare come si scrivono e come si leggono. E se all’inizio, sull’onda dell’entusiasmo per una lingua nuova e senza dubbio affascinante, tutto sembra filare liscio, più si va avanti e più le cose sembrano complicarsi. Dopo cinque anni passati sui libri, anche di lingua cinese, per gli studenti del quinto anno dell’Istituto di Istruzione superiore “Via F. Albergotti, 35”, ex Liceo “L. Anneo Seneca” di Roma, una delle circa 150 classi di scuola superiore che in Italia hanno adottato il cinese come lingua curriculare e terza lingua straniera, è il momento di tirare le somme e tracciare un bilancio di questa loro esperienza. C’è chi è entusiasta e la rifarebbe senza pensarci un attimo, chi si è pentito e del cinese non vuole saperne più e chi, nonostante le difficoltà, è consapevole di aver acquisito un bagaglio importante che intende portare con sé anche in futuro.

Il cinese al liceo

Questi venticinque ragazzi fanno parte di quell’esercito sempre più numeroso di studenti italiani che hanno deciso di cogliere l’opportunità, offerta da un numero sempre maggiore di scuole superiori, di studiare il cinese come terza lingua straniera. Per loro tre ore di cinese a settimana fin dal primo anno, lezioni con insegnanti italiani e madrelingua, viaggi in Cina e prova di cinese all’esame di maturità. «Al termine del quinto anno in generale raggiungono un buon livello», ci spiega la loro professoressa Fiammetta De Angelis, che insegna cinese da sei anni, di cui tre passati in cattedra all’istituto Seneca. Alle spalle oltre dieci anni di studio tra Italia e Cina, un soggiorno di un anno a Xi’an, numerosi viaggi nelle principali città cinesi e un percorso ad ostacoli per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. «Mentre studiavo cinese all’università non avevo mai pensato alla possibilità di diventare insegnante, credevo che il mio futuro sarebbe stato in ambito commerciale – racconta a Cina in Italia – ma poi dopo alcune esperienze come interprete e un periodo da mediatrice negli ospedali, ho intrapreso questa strada». Con il costante aumento dell’attenzione riservata alla Cina e di conseguenza alla lingua cinese, infatti, la richiesta di insegnanti si è notevolmente ampliata.

La lingua del futuro

Parallelamente è aumentata anche la richiesta degli italiani interessati a studiare il cinese. Come i maturandi dell’Istituto Albergotti, che cinque anni fa hanno deciso di non lasciarsi sfuggire l’occasione di studiare una lingua così diversa dalle più comuni lingue europee. Una decisione dettata dalla curiosità per una lingua ancora poco studiata e dalla convinzione che, come si sente ripetere spesso, «il cinese è la lingua del futuro». A Giulia lo diceva la mamma, mentre Federica se ne è convinta da sola, spinta dalla sua passione per le lingue straniere. «Desideravo tanto studiare le lingue e non ho esitato di fronte all’opportunità di poter conoscere una lingua nuova, ma per me che ho difficoltà a memorizzare è stato difficile, mi sono dovuta impegnare tanto e ho studiato duramente, anche perché ci tenevo a ottenere buoni risultati», racconta, ricordando i cinque anni di scuola. Così come lei e Giulia, anche i compagni si sono detti: «Perché non provare»?

In questi cinque anni non è stato facile conciliare l’impegno richiesto dal cinese con quello necessario per tutte le altre materie. Imparare a scrivere i caratteri, infatti, necessita di molto tempo e molta pazienza, a volte difficili da trovare. «Al secondo anno ho pensato addirittura di lasciar perdere», confida Giulia M., che se tornasse indietro non rifarebbe la stessa scelta. E non è la sola. Nel brusio che si scatena in classe mentre esprime le sue perplessità, sono più di una le voci di approvazione.

Sognando la Cina

Molti dei ragazzi hanno avuto l’opportunità di volare in Cina e immergersi nella realtà che per molto tempo hanno immaginato da lontano. L’impatto è stato forte per tutti e in tanti ha lasciato la voglia di tornare all’ombra della Grande Muraglia. Tra di loro c’è sicuramente Valerio, che raccontando il suo incontro con la Cina distingue nettamente tra una Cina più turistica e un’altra più autentica, «la prima è quella dei luoghi da visitare, la seconda è quella delle persone e delle atmosfere più vere». Se ne è reso conto quando è stato a Shanghai, dove vive suo fratello che fa l’attore lì, cosa che, ci tiene a sottolineare, non ha pesato sulla sua scelta di studiare cinese. «Andare in Cina mi ha permesso di sfatare molti pregiudizi e luoghi comuni, ad esempio i cinesi non sono tutti gialli, non sono tutti bassi e non mangiano tutti i cani», dice ridendo e confermando di volerci tornare per conoscere meglio questo Paese. Yreen, invece, è riuscita ad abbattere le convinzioni sbagliate sulla Cina e i cinesi grazie alle serie televisive. Appassionata di serie asiatiche, ne guarda di tutti i tipi e di tutti i Paesi, comprese quelle taiwanesi, «perché mi fanno scoprire una realtà diversa da quella che mi aspetto – dice dopo averci pensato un po’ su – pensavo che la Cina fosse chiusa, povera e arretrata, ma guardando le serie tv mi sono resa conto che non è così, o almeno non è solo così, ma è un Paese progredito e ricco, con persone che vivono nel benessere e indossano abiti griffati».

Giulia P., invece, ha avuto un punto di vista particolare per rendersi conto di com’è la vita cinese, passando una giornata in una famiglia, che l’ha coinvolta nella preparazione dei jiaozi, i ravioli cinesi, tipico piatto consumato nelle occasioni importanti, tra cui la Festa di Primavera. Spera di poter tornare un giorno in Cina anche Sabrina, desiderosa di poter visitare altri luoghi di questo grande Paese, che da una parte la attrae e dall’altra sembra respingerla. «Quando sono arrivata lì l’impatto non è stato molto positivo e non sono riuscita a vivere questa esperienza come avrei voluto», racconta.

Un futuro cinese?

Forse anche questo ha contribuito a convincerla che il cinese non farà parte del suo futuro. E nemmeno di quello di Federica che, nonostante la sua passione per le lingue straniere, ora che il suo percorso di studio sta per terminare, ha maturato la consapevolezza che la sua strada sarà un’altra. «Basta lingue, voglio diventare ostetrica», dice con convinzione. Ma non è detto che il cinese non le possa tornare utile anche lì, come le fanno notare scherzando i compagni di classe, «magari ti troverai a far partorire qualche cinese». Anche Andrea vuole dedicarsi ad altro, ma il cinese lo accompagnerà: «Seguirò dei corsi e continuerò a studiarlo perché non voglio perdere tutto quello che ho fatto in questi cinque anni». Lo stesso farà Veronica, che l’anno prossimo all’università si iscriverà alla facoltà di interpretariato e traduzione. E neanche Giulia vorrebbe che lo studio del cinese finisse con la maturità. «Vorrei proseguire negli studi di cinese, ma chi mi sta intorno mi sta scoraggiando un po’, più che altro per il mio modo di essere e per il fatto che non riuscirei mai a trasferirmi in Cina e a vivere stabilmente lì per un lungo periodo», racconta, consapevole che si tratta di una scelta importante che potrebbe cambiarle la vita, come succede a molti giovani italiani che decidono di intraprendere questo studio, lungo e faticoso, ma anche ricco di soddisfazioni e opportunità.

Da Cina in Italia di maggio 2017