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Imparare il cinese con disinvoltura

2017年06月28日 17:16 fonte:Cina in Italia  autore: Nino Azzarello

 

Il cinese a fumetti, attraverso disegni e storie, sdrammatizza la complessità della lingua per avere un primo approccio al cinese

 

Chi non subisce il fascino della calligrafia cinese? L’amico scultore, che ho di recente accompagnato a Kushan (Jiangsu) per un sopralluogo di controllo sulla realizzazione di una delle sue più famose sculture, è rimasto talmente impressionato dai caratteri cinesi che ha pensato bene di impararli direttamente dai bambini, sedendosi con loro sui banchi di scuola. Al ristorante, invece, lui che disegna come io respiro, produceva a ruota libera cucchiai, bicchieri, pane e companatico, sfidando l’immaginazione dei camerieri che leggevano i suoi ordini disegnati sulla carta delle salviette, mentre i commensali scialavano di fronte a tanta arte estemporanea al punto che smettevano di mangiare.

Il libro Il cinese a fumetti di Stefano Misesti (Edizioni Nicola Pesce, 112 pagine, 12 euro) nasce proprio come primo approccio al cinese, per sdrammatizzare la complessità della lingua, e infatti le storie e i disegni che accompagnano i singoli caratteri sono stati pensati più per divertire che per insegnare. Il libro, dunque, non può né vuole sostituire i libri “tradizionali”, che rimangono imprescindibili ai fini di uno studio più approfondito del cinese. Ciò non toglie che alcune persone stiano utilizzando il libro per esperienze didattiche con i bambini, ma anche i giovani che intendono avvicinarsi al cinese saranno incoraggiati dal fumetto, che di per sé è veicolo divertente e accattivante.

Ma come è nato Il cinese a fumetti? «Da più di dieci anni – racconta a Cina in Italia Stefano Misesti, vincitore del premio Andersen – trascorro una parte della mia vita a Taiwan. Da sempre la scrittura mi ha affascinato e volevo studiarla, ma c’era un problema: la mia difficoltà di memorizzare gli ideogrammi e le parole corrispondenti. Così ho cercato di inventare delle piccole storie sui caratteri che andavo imparando, storie un po’ divertenti e bizzarre, con richiami e assonanze più o meno plausibili, a volte ho inserito piccoli aneddoti sulla mia vita quotidiana a Taipei». «Prima sul blog e poi sul sito di China Files – prosegue l’autore – ho condiviso con i lettori la mia esperienza di studente autodidatta e, alla fine, ho deciso di farne un libro a cui ho aggiunto nuove immagini e nuove storie». «Il mio lavoro – conclude Misesti – cerca di rendere la lingua meno misteriosa, più divertente, capace di farsi apprendere con disinvoltura».

In questa prima prova di 180 caratteri, che vuole essere una introduzione alla lingua, Misesti non segue un metodo, né elabora un filo conduttore fra gli ideogrammi presentati, ma li sceglie in base ad un unico criterio, quello di essere i più comuni. I bambini di Taiwan imparano il cinese partendo da una specie di alfabeto fonetico con 36 caratteri, chiamato Bopomofo, che serve anche per la trascrizione sulle tastiere. Per gli stranieri esso avrebbe il vantaggio di essere più chiaro rispetto al pinyin, in quanto i fonemi sono nettamente distinti, ma normalmente i testi cinesi (incluso il libro in questione) sono resi in alfabeto latino secondo il pinyin. Vale la pena ricordare poi che Taiwan è rimasta fedele alla scrittura tradizionale, mentre la Cina continentale, dal 1950, ha adottato il metodo semplificato (il libro li riporta entrambi).

Ci auguriamo che questo primo esperimento sia seguito da altri volumi di approfondimento che, a quel punto, dovranno inevitabilmente obbedire ad un criterio meno ludico e arbitrario e più strutturante. Resta comunque chiaro che un corso completo di lezioni con un serio insegnante di cinese non ce lo leva nessuno.

Da Cina in Italia di maggio 2017